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  • Compravendite residenziali, +8% nel II trimestre 2025

    Le previsioni dell’Osservatorio sul Mercato Immobiliare realizzato da Nomisma confermano i dati rilasciati dall’Agenzia delle Entrate: nel II trimestre dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2024 le compravendite residenziali registrano una crescita del +8,1%.
    Ma nonostante la variazione positiva, in concomitanza con l’evoluzione delle erogazioni di mutui e la stabilizzazione attesa dei tassi di interesse, la ripresa delle transazioni avviata nel 2024 ha già toccato il picco, e si avvia verso una fase di riduzione.

    Nel secondo semestre 2025, malgrado la riduzione dei tassi di interesse e il progressivo allentamento dei criteri di concessione dei mutui da parte delle banche, l’offerta immobiliare si presenta ancora rigida. Al contempo, cresce la domanda potenziale.

    Locazioni: incremento contenuto

    Alla luce delle dinamiche rilevate, gli operatori immobiliari del settore retail intervistati da Nomisma confermano un clima di fiducia positivo nel comparto residenziale, sebbene con segnali di maggiore cautela rispetto all’anno precedente.
    Il saldo dei giudizi sui contratti di compravendita e locazione rimane in attivo, ma mostra un lieve ridimensionamento, segno di un mercato che pur mantenendo una buona vitalità inizia a risentire delle incertezze macroeconomiche e del progressivo indebolimento del potere d’acquisto delle famiglie.

    Sul fronte della locazione, i dati registrano un incremento contenuto del numero di nuovi contratti di locazione (+1,5%), trainati quasi esclusivamente delle nuove locazioni nei comuni ad alta tensione abitativa.

    Mercato corporate, si investe per ottenere un reddito stabile

    Sul mercato corporate, l’incertezza potrebbe riflettersi in una maggiore selettività degli investimenti e nella capacità degli stessi di generare reddito stabile. I settori che meglio rispondono a questi criteri sono quelli delle infrastrutture digitali, del rent-to.buy nel residenziale, degli alloggi per studenti e della logistica.

    Nel segmento degli uffici, invece, l’interesse degli investitori è destinato a spostarsi verso la fascia alta del mercato (immobili di qualità, conformi ai criteri ESG e in posizioni centrali) che continuerà a registrare buone performance, con bassi tassi di sfitto e crescita degli affitti.
    Per contro, per la fascia meno pregiata del segmento degli uffici si prevede un calo di interesse da parte dei locatari con conseguenti cali degli affitti.

    Domanda in lieve flessione per negozi e uffici

    In sostanza, la domanda continua a essere percepita in crescita, soprattutto nel segmento della locazione, dove la pressione abitativa e la ridotta disponibilità di immobili spingono verso un aumento dei canoni.
    L’offerta, invece, è giudicata in ulteriore contrazione, sia per l’acquisto sia per la locazione, accentuando le tensioni sul mercato.

    Relativamente al comparto non residenziale (uffici e negozi), gli operatori segnalano una domanda ancora contenuta e in lieve flessione, mentre l’offerta fatica a trovare collocazione, soprattutto nei contesti meno centrali o con caratteristiche non aggiornate alle nuove esigenze funzionali. 
    La prospettiva di contrazione dei contratti, sia di acquisto sia di locazione, riflette un mercato ancora in cerca di un nuovo equilibrio.

  • Phishing: nel 2025 gli attacchi sono con l’Intelligenza Artificiale 

    Attacchi sempre più massicci e sopratutto più sofisticati: il tutto  grazie alle infinite possibilità dell’IA. Lo segnala Kaspersky che, nel secondo trimestre del 2025, ha bloccato oltre 142 milioni di link di phishing, registrando in Europa un aumento del 41% rispetto ai tre mesi precedenti.

    Numeri che mostrano come il fenomeno stia crescendo rapidamente. Alla base di questa trasformazione c’è l’intelligenza artificiale, che consente ai criminali di mettere in campo tecniche raffinate, capaci di ingannare anche gli utenti più attenti.

    Comunicazioni “fake” indistinguibili da quelle autentiche 

    I Large Language Models permettono di creare messaggi, siti e comunicazioni praticamente indistinguibili da quelli autentici. Sono spariti i classici errori grammaticali che tradivano le truffe: al loro posto compaiono testi decisamente precisi.

    Sui social e nelle app di messaggistica compaiono bot capaci di sostenere conversazioni credibili per settimane, con l’obiettivo di creare un rapporto di fiducia con l’interlocutore. Come se non bastasse, ci sono anche audio e video deepfake, che imitano colleghi, dirigenti o operatori bancari, inducendo le vittime a condividere codici di sicurezza o informazioni personali.

    Dalle password ai dati biometrici

    Un tempo l’obiettivo principale erano credenziali e password. Oggi, invece, gli attacchi mirano a ciò che non può essere cambiato: i dati biometrici. Attraverso siti fraudolenti che chiedono l’accesso alla fotocamera, gli hacker cercano di carpire riconoscimenti facciali e impronte vocali.

    Nel mirino ci sono anche le firme elettroniche e quelle scritte a mano, raccolte attraverso piattaforme false che imitano servizi legittimi. Questi dati, difficili da sostituire, vengono utilizzati per frodi o rivenduti sul dark web.Tra l’altro, i i malintenzionati sono riusciti a coinvolgere strumenti insospettabili: alcuni siti di phishing includono persino CAPTCHA, un elemento tipico dei portali sicuri, che confonde i sistemi di protezione automatica.

    Troll che agiscono velocissimi

    All’inizio del 2025 Kaspersky ha scoperto Operation ForumTroll, una campagna rivolta a media e istituzioni russe. Bastava un clic su un link per compromettere i sistemi, sfruttando una vulnerabilità sconosciuta di Chrome.
    Per eludere i controlli, i collegamenti restavano attivi per pochissimo tempo e, una volta neutralizzata la minaccia, reindirizzavano a siti legittimi.

    Come difendersi

    Gli esperti consigliano alcune regole semplici: non condividere codici 2FA, diffidare di richieste improvvise di accesso alla fotocamera, non caricare firme su piattaforme sospette e limitare la diffusione di informazioni personali online. E, ovviamente, utilizzare soluzioni di sicurezza aggiornate.

  • Tasse in Italia: la maggior parte viene trattenuta senza che ce ne accorgiamo

    Non tutti sanno che, ogni anno, noi italiani lasciamo migliaia di euro in pagamenti “invisibili”. Nel nostro Paese, oltre il 90% delle imposte e dei contributi che le famiglie dei lavoratori dipendenti versano allo Stato viene trattenuto direttamente alla fonte.

    Ciò significa che queste cifre vengono detratte dalla busta paga lorda o incorporate nel prezzo di beni e servizi quotidiani, come l’Iva o le accise. Solo in meno del 10% dei casi i contribuenti effettuano un pagamento diretto, sia online che presso sportelli bancari o postali, consapevolmente.

    Una famiglia tipo paga più di 20 mila euro l’anno di tasse

    Secondo l’Ufficio studi della CGIA, nel 2024 il carico fiscale medio per una famiglia composta da due lavoratori dipendenti con un figlio si aggira intorno ai 20.231 euro annui. Di questa somma, il 61,8% (circa 12.500 euro) è prelevato alla fonte tramite ritenute Irpef, contributi previdenziali e addizionali.

    A questa si aggiunge una quota significativa, pari al 35% (7.087 euro), rappresentata da tasse “nascoste” come l’Iva sugli acquisti, le accise, il canone Rai, e le imposte legate all’auto. In totale, quindi, quasi 20 mila euro sono trattenuti senza che la famiglia debba tirarli fuori direttamente dal portafoglio. Solo circa 640 euro (3,2%) sono versati in modo diretto, ad esempio per Tari o bollo auto.

    Autonomi e dipendenti: percezioni molto diverse verso il fisco

    La CGIA sottolinea come i lavoratori autonomi siano più consapevoli e quindi più insofferenti rispetto al carico fiscale.

    A differenza dei dipendenti, che vedono le tasse già detratte in busta paga, gli autonomi devono spesso versare le imposte con pagamenti diretti, aumentando la percezione del peso fiscale. Quando si paga di tasca propria, si avverte con maggiore forza il costo reale del fisco.

    Evasione fiscale: non riguarda solo l’Irpef

    È vero che tra gli autonomi l’evasione può essere più frequente, ma va ricordato che l’Irpef rappresenta solo il 30% delle entrate fiscali totali. Il restante 70% proviene da altre imposte, che possono essere evade da qualsiasi contribuente, dipendente o autonomo.

    Quanti sono i contribuenti Irpef in Italia?

    Nel nostro Paese sono 42,5 milioni i soggetti chiamati a versare l’Irpef. Di questi, 23,8 milioni sono lavoratori dipendenti, 14,5 milioni pensionati, mentre 1,6 milioni sono autonomi e un altro milione e mezzo percepisce redditi da immobili, investimenti o altri introiti. Le città con il maggior numero di contribuenti sono Roma (2,9 milioni), Milano (2,5 milioni) e Torino (1,6 milioni).

    Pressione fiscale italiana: tra le più alte in Europa

    Nel 2024 l’Italia si conferma tra i Paesi con la pressione fiscale più elevata in Europa: al 42,6% del Pil, solo Francia, Danimarca, Belgio, Austria e Lussemburgo fanno peggio.

    Germania (40,8%), Spagna (37,2%) e la media UE (40,4%) restano invece sotto la soglia italiana, evidenziando come il carico fiscale nel nostro Paese sia particolarmente gravoso rispetto agli altri grandi partner economici.

  • Frodi creditizie: importo medio +3,2 nel 2024

    Nel 2024 in Italia sono stati registrati quasi 31.000 casi di frodi creditizie basate sul furto di identità, con un importo medio per frode superiore a 4.800 euro e un valore economico complessivo che sfiora 150 milioni di euro.
    Rispetto al 2023 cresce l’importo medio frodato (+3,2%), mentre il valore complessivo dei danni causati rimane stabile.

    Nonostante il leggero calo del numero di frodi rilevate (-4,6%), la tendenza verso danni economici medi è sempre più rilevante.
    Nel 2024 si rileva una netta diminuzione dei casi di frode di piccolo importo: le frodi sotto i 1.500 euro rappresentano il 20,2% del totale, -30% rispetto all’anno precedente.
    Lo evidenzia l’ultima analisi dell’Osservatorio CRIF – Mister Credit sulle Frodi Creditizie.

    Crescono i casi nella fascia 1.500-3.000 euro

    La tendenza indica come i criminali mirino a valori sempre più consistenti. Infatti, crescono i casi nella fascia 1.500-3.000 euro (+11,3%), e soprattutto, si registra quasi il raddoppio (+92,7%) dei casi tra 3.000 e 5.000 euro, che attivano a rappresentare il 15,2% del totale.
    Al contrario, le frodi tra 5.000 e 10.000 euro sono in lieve calo (-6,2%), mentre aumentano sensibilmente anche quelle oltre 10.000 euro (+29,4%), a conferma di una polarizzazione verso importi medi e medio-alti.

    Solo le frodi sopra 20.000 euro mostrano una flessione (-12,1%), segno che i colpi più eclatanti restano meno frequenti, ma le perdite complessive restano ingenti.

    Più colpiti i prestiti finalizzati

    Il prestito finalizzato si conferma la forma di finanziamento più colpita, anche se la sua incidenza continua a ridursi (34,4% dei casi, -23,8% rispetto al 2023). Tuttavia, l’importo medio delle frodi su prestiti finalizzati cresce in modo significativo (+16,7%), attestandosi a quasi 7.000 euro.

    In forte crescita i casi di frode su prestiti personali (+65,9%), che ora rappresentano oltre un quarto del totale e hanno un importo medio superiore a 16.600 euro, segno che i frodatori cercano prodotti finanziari più flessibili.
    Le frodi su carte di credito, incluse le revolving, sono in calo (-11,2%), mentre si conferma la crescita delle truffe legate al Buy Now, Pay Later (BNPL) che pur restando residuali (5,7%), riflettono la maggiore esposizione ai rischi digitali.

    Profilo delle vittime

    Dei beni acquistati con finanziamenti fraudolenti oltre il 10% riguardano spese per la casa, soprattutto elettrodomestici (28,7%), auto-moto (9,6%), elettronica/informatica/telefonia (5,4%), arredamento (5,2%) e immobili/ristrutturazione (5,0%).
    Da segnalare il forte aumento delle frodi sulle spese professionali (+51,5%), che comprendono l’avvio di attività, corsi e formazione.

    Quanto al profilo delle vittime sono i giovani tra 18-40 anni a risultare più vulnerabili. A livello territoriale, Lombardia, Campania, Sicilia e Lazio si confermano le regioni con il maggior numero di casi, seguite da Puglia e Piemonte. La Lombardia, in particolare, registra una crescita significativa (+6,3%), consolidando la sua posizione di regione più colpita.

  • Dazi USA: quanto costerebbero all’export tricolore? Fino a 3,3 miliardi di euro

    È quanto emerge da uno studio promosso da Centromarca, realizzato con il supporto scientifico di Nomisma: conti alla mano, l’introduzione dei dazi statunitensi nel  nostro mercato potrebbe costare all’export italiano di prodotti alimentari e non food tra i 500 milioni e i 3,3 miliardi di euro.

    Secondo lo studio, che in questi giorni sarà condiviso con il Governo e i rappresentanti del mondo politico, l’incertezza sulle aliquote e le modalità di applicazione dei dazi ‘minacciati’ dal presidente USA Donald Trump preoccupa parecchio le industrie italiane.
    E non solo sul piano economico, ma anche perché la loro introduzione non consentirebbe una adeguata pianificazione strategica e nella contrattazione con i buyer americani da parte delle imprese italiane.

    Penalizza ulteriormente anche il cambio sfavorevole tra euro e dollaro

    In relazione all’aliquota che effettivamente potrebbe scattare il prossimo 9 luglio, i valori da considerare sono diversi.
    Se l’aliquota fosse pari al 10% le esportazioni in valore calerebbero di 489 milioni di euro, se salisse al 20% scenderebbero di1,067 miliardi, del 30% si arriverebbe a  -1,734 miliardi, del 40% a -2,489 miliardi e del 50% a -3,334 miliardi di euro.

    A penalizzare ulteriormente le esportazioni contribuirebbe inoltre il cambio sfavorevole euro / dollaro, Nei primi mesi del 2025 la valuta europea si è apprezzata significativamente rispetto a quella americana (+11% tra gennaio e giugno) raggiungendo i livelli più elevati dal 2022.

    Una criticità da non sottovalutare

    “L’incertezza sull’applicazione dei dazi preoccupa molto le nostre industrie, sia sul piano economico sia perché non consente un’adeguata pianificazione strategica e nella contrattazione con i buyer statunitensi – sottolinea Vittorio Cino, direttore generale di Centromarca -. È una criticità da non sottovalutare se si considera la rilevanza del mercato d’oltreoceano per i beni alimentari e non alimentari prodotti in Italia”.

    Rinunciare a un giro d’affari di 9,9 miliardi di euro

    “Nel 2024 le importazioni Usa di beni grocery italiani hanno prodotto un giro d’affari di 9,9 miliardi di euro, con una crescita del +161% rispetto al 2014 e un’incidenza dell’11% sull’export complessivo del settore – prosegue Vittorio Cino -. È degno di nota il fatto che nei primi quattro mesi di quest’anno l’incremento a valore è stato del 14% rispetto allo stesso periodo del 2024. Sulla base di queste considerazioni Centromarca sta supportando le aziende con analisi ad hoc e si interfaccia costantemente con i suoi corrispondenti a Bruxelles e con i ministeri competenti”.

  • Cervello batte AI nel riconoscimento delle azioni possibili

    Come fa il cervello a determinare le opportunità di azione quando vediamo l’immagine di un ambiente sconosciuto? Davanti a un sentiero di montagna, una strada trafficata o un fiume sappiamo immediatamente come potremmo muoverci: camminare, andare in bicicletta, nuotare o fermarci. Ma come fa il cervello umano a riconoscere cosa possiamo fare con oggetti o scenari mai osservati prima?

    Lo ha scoperto il dottorando Clemens Bartnik dell’università di Amsterdam insieme a un team guidato dalla neuroscienziata computazionale Iris Groen.
    In pratica, il cervello stima le azioni possibili grazie a schemi unici. 
    Utilizzando una risonanza magnetica i ricercatori hanno osservato l’attività cerebrale dei partecipanti a un esperimento mentre guardavano immagini di ambienti interni ed esterni.

    Un esperimento con la risonanza magnetica

    I partecipanti allo studio dovevano indicare se l’immagine suggeriva di camminare, andare in bici, guidare, nuotare, andare in barca o arrampicarsi.
    I risultati della risonanza magnetica hanno rilevato come alcune aree della corteccia visiva si attivino in modo indipendente dagli oggetti visibili, indicando che il cervello elabora azioni potenziali anche senza istruzioni esplicite.
    “Queste possibilità di azione vengono quindi elaborate automaticamente“, spiega Iris Groen.

    I modelli di attività nella corteccia visiva cambiavano non solo in base a ciò che era visibile, ma anche a ciò che il corpo era fisicamente in grado di fare. Questa ‘firma’ neurale era evidente anche quando i volontari non stavano prendendo alcuna decisione esplicita riguardo al movimento

    Le affordance sono le opportunità di azione suggerite dagli oggetti

    Ciò suggerisce che il cervello etichetta le potenziali azioni come parte del suo flusso di immagini di base, molto prima della deliberazione cosciente.
    Secondo Groen, il cervello non si limita a vedere oggetti o colori, ma riconosce automaticamente anche cosa possiamo farci. Queste sono le cosiddette ‘affordance’, ovvero, le opportunità di azione.

    Il concetto di affordance è stato introdotto nel 1979 dallo psicologo James Gibson, che descrisse come gli oggetti intrinsecamente suggeriscano possibili azioni. La nuova ricerca ha localizzato questa idea direttamente all’interno del cervello umano vivente, si legge su ReCcom.
    Inoltre, il team guidato da Groen ha confrontato la capacità di affordance del cervello umano con quella di modelli di Intelligenza artificiale, tra cui ChatGPT.

    La nostra percezione è profondamente legata all’esperienza fisica del mondo

    I modelli di Intelligenza artificiale come GPT-4 si sono dimostrati meno efficaci nel prevedere le azioni possibili. Anche se addestrati per il riconoscimento delle azioni, non replicano gli schemi cerebrali umani. Questo dimostra che la nostra percezione è profondamente legata alla nostra esperienza fisica del mondo.

    La ricerca, riporta Agi, solleva quindi interrogativi sull’affidabilità dell’AI in contesti reali, come robotica o auto a guida autonoma.
    Groen sottolinea anche l’aspetto sostenibile dell’AI. I metodi attuali consumano molta energia e sono accessibili solo a grandi aziende tecnologiche. Comprendere meglio il cervello umano può quindi rendere l’AI più intelligente, economica e umana.

  • Economia, parola d’ordine: coesione. Tra imprese, territori e comunità

    Le imprese italiane hanno capito il valore della coesione. Secondo il rapporto ‘Coesione è Competizione’ di Fondazione Symbola nel 2024 le imprese coesive rappresentavano il 44% delle imprese manifatturiere italiane, l’1% in più rispetto al 2023.
    “Essere propense a mettersi in relazione con istituzioni, clienti, dipendenti, comunità anche con aziende concorrenti, se utile alla crescita, in una logica di filiera e di collaborazione, incide in termini di fatturato, occupazione, produzione ed export”, spiega Gian Maria Gros-Pietro, presidente Intesa Sanpaolo.

    La coesione migliora il legame e il radicamento nelle comunità e nei territori, accresce il senso di appartenenza e soddisfazione di vita dei dipendenti, il coinvolgimento e il dialogo con i clienti. Lo dimostra anche l’aumento del numero medio di relazioni instaurate dalle imprese con soggetti del territorio, passate da 1,9 a 2,8.

    Sette imprese coesive su dieci hanno investito in sostenibilità

    Si conferma quindi la consuetudine da parte delle imprese coesive a stabilire legami con i lavoratori. Crescono le collaborazioni con tutti gli stakeholder considerati, dalle altre imprese alle associazioni di categoria, dalle banche agli enti non profit, dalle istituzioni locali ai clienti, delineando un ecosistema sempre più aperto e interdipendente.

    Con un’unica eccezione, data da una minore relazionalità del mondo imprenditoriale con quello scolastico/accademico.
    Sette imprese coesive su dieci hanno investito in sostenibilità ambientale negli ultimi tre anni e più di otto su dieci lo hanno fatto in tecnologie digitali 4.0. Inoltre, più del 60% delle imprese coesive ha investito in attività di ricerca e sviluppo.

    Sentirsi parte di una sfida comune

    I territori che possono essere considerati più ‘coesivi’ sono caratterizzati da un più elevato livello di ricchezza prodotta, maggiore generatività del tessuto imprenditoriale e un più intenso benessere espresso in termini di soddisfazione dei cittadini per la propria vita, partecipazione alla vita civica, politica e culturale, nonché di impegno nei confronti della crisi climatica.

    “La coesione è un formidabile fattore produttivo – dichiara Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola -. L’Unione Europea ha indirizzato le risorse del Next Generation EU e anche del Recovery Fund per rilanciare l’economia su coesione/inclusione, transizione verde e digitale con l’obiettivo di azzerare le emissioni nette di CO2 entro il 2050. L’Italia può essere protagonista della sostenibilità se si sente parte di una sfida comune”.

    Rafforzare la competitività e sostenere uno sviluppo più equo e duraturo

    “Il rapporto mostra come la coesione sia non solo un valore sociale ma anche una leva economica. Nei territori a maggiore coesione, infatti, la povertà si mantiene costantemente sotto la media nazionale, e anche il valore aggiunto pro-capite appare più elevato – commenta Giuseppe Tripoli, segretario generale Unioncamere -. Favorire la coesione significa, quindi, rafforzare la competitività dei territori e sostenere uno sviluppo più equo e duraturo”.

  • Alimentazione sostenibile e lotta agli sprechi: per gli italiani sono collegate

    Secondo l’indagine dal titolo ‘Nutrizione sostenibile e lotta agli sprechi’, realizzata da Cittadinanzattiva con la collaborazione scientifica dell’EngageMinds HUB dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, la maggior parte degli intervistati è preoccupata per le implicazioni ambientali e sociali dello spreco alimentare.
    Pertanto, il 50% presta attenzione alla riduzione degli scarti in ambito domestico.

    Per oltre un italiano su due seguire un’alimentazione sostenibile significa essere attenti alla salute e all’ambiente. Al contempo, gli italiani faticano a ricondurre all’alimentazione sostenibile anche gli aspetti etici e sociali.
    E se quasi uno su otto non conosce la corretta ripartizione calorica di una dieta bilanciata, il 10% non intende cambiare abitudini alimentari, anche se dannose.

    In pochi sanno cosa sono gli alimenti “upcycled”

    I comportamenti quotidiani adottati contro lo spreco riguardano l’attenzione alle scadenze (63%) e l’acquisto calibrato (49%). Tuttavia, anche tra i soggetti più sensibili permane una bassa conoscenza delle soluzioni emergenti, come gli alimenti ‘upcycled’, creati recuperando ingredienti o sottoprodotti considerati scarti trasformandoli in nuovi alimenti di alta qualità. Solo il 18% del campione li conosce.

    Inoltre, il 40% degli intervistati dubita della veridicità delle affermazioni pubblicitarie relative alla sostenibilità o ai benefici salutistici dei prodotti alimentari. Particolarmente significativa, la percezione che il consumatore ha rispetto al contributo e al ruolo che la comunicazione potrebbe giocare nell’ambito del sistema agroalimentare.

    Perché non si leggono le etichette? 

    Sebbene il 47% si percepisca ancora come attore passivo rispetto all’offerta di prodotti presenti sul mercato, oltre il 70% ritiene di poter incidere con le proprie scelte sull’offerta e sull’impatto ambientale del cibo, e contribuire in modo determinante alla riduzione dello spreco alimentare.

    Sul piano informativo, le etichette non svolgono un ruolo significativo, in quanto solo il 20% degli intervistati dichiara di leggere frequentemente le informazioni riportate sulle confezioni.
    Chi non lo fa è perché lamenta difficoltà nel capirne il contenuto o impossibilità di leggerle a causa delle piccole dimensioni del carattere.

    “Valorizzare le aziende che vanno nella giusta direzione”

    La maggior parte dei consumatori ritiene che i distributori debbano adottare programmi di riduzione degli sprechi alimentari e donazioni (35%), fornire informazioni per ridurli (32%), supportare la raccolta di rifiuti con punti di raccolta (32%) e promuovere prodotti di qualità a impatto zero (32%).

    “La sostenibilità richiede innovazione e l’innovazione richiede nuovi prodotti, processi e comportamenti – dichiara Carlo Alberto Pratesi, Presidente European Institute of Innovation for Sustainability -. In molte filiere agroalimentari le aziende e le grandi catene di distribuzione si stanno muovendo nella giusta direzione per attuare i cambiamenti necessari. Cambiamenti che vanno comunicati ai consumatori in maniera adeguata, per consentire loro di operare scelte consapevoli e valorizzare, con le proprie decisioni d’acquisto, chi si muove nella giusta direzione”.

  • e-commerce B2B: vale il doppio del B2C, e nel 2025 cresce del 9%

    Secondo i dati emersi dall’ottava edizione del Focus B2B Digital Commerce di Netcomm, nel 2025 l’e-commerce B2b si consolida come una vera e propria infrastruttura strategica dell’economia moderna, destinata a trasformare le filiere produttive, distributive e relazionali.

    La crescita del B2b (+8,9% rispetto al 2024) è spinta dalla necessità di rendere più efficienti, trasparenti e flessibili i rapporti commerciali tra imprese. E a fine anno il valore dell’e-commerce B2b in Europa varrà oltre 1.600 miliardi di euro, il doppio rispetto agli oltre 840 miliardi del B2c.
    Un’accelerazione che tocca tutti i comparti merceologici e che coinvolge attivamente anche l’Italia, sempre più presente nei marketplace internazionali e nei canali digitali.

    “Il cuore dell’export italiano”

    “Il commercio digitale B2b non è più solo una leva di efficienza, ma un motore per la competitività del sistema industriale italiano e globale – afferma Roberto Liscia, Presidente Netcomm -. Stiamo assistendo a una trasformazione profonda nel modo in cui le imprese si relazionano, vendono e crescono. Dalle Pmi ai grandi gruppi, le aziende che adottano piattaforme digitali, AI e modelli omnicanale sono in grado di esportare meglio, disintermediare i canali tradizionali e costruire relazioni durature con i clienti. I rapporti B2b sono inoltre il cuore dell’export italiano, soprattutto nei settori a più alto valore aggiunto, come il Lifestyle, la Componentistica e l’Agroalimentare. Oggi, grazie al digitale, le imprese possono sviluppare contratti vendor, gestire potenziali clienti internazionali, offrire customer experience personalizzate e scalare i processi di vendita globali in modo efficiente e sostenibile”.

    Digitalizzare le filiere e disintermediare la distribuzione

    Il commercio digitale B2b facilita l’integrazione tra i diversi attori della filiera, consentendo una riduzione significativa dei tempi e dei costi totali di diversi processi: dall’Order to Cash (il processo di ricezione ed evasione degli acquisti dei clienti) alla condivisione intelligente degli stock tra magazzini e canali. Dalla gestione di modelli avanzati come il Dropshipping (la vendita di prodotti online che non prevede il possesso fisico o la gestione in magazzino) al Co-marketing digitale (partnership strategica tra attività commerciali) fino alla configurazione semplificata di offerte complesse.

    Sempre più aziende scelgono, inoltre, di disintermediare la distribuzione per migliorare il controllo sui prezzi, aumentare i margini di vendita e raccogliere dati sui clienti finali.

    Corporate Marketplace, il modello di un ecosistema integrato

    Oltre ai grandi marketplace globali, si afferma sempre più il modello del Corporate Marketplace, piattaforme digitali proprietarie che permettono alle imprese di valorizzare il proprio ecosistema, integrare fornitori e clienti e gestire la complessità industriale su un’unica infrastruttura digitale.

    Al centro della trasformazione del commercio B2b ci sono le tecnologie emergenti. AI, Machine Learning, Headless & Composable Commerce stanno rivoluzionando ogni aspetto dell’esperienza d’acquisto tra imprese.
    Questa rivoluzione tecnologica impone però anche un’evoluzione dei ruoli professionali.
    Il venditore B2b, ad esempio, si trasforma in Brand Ambassador, capace di operare in un contesto omnicanale e ibrido, con nuove competenze digitali e relazionali.

  • Rallenta lo sviluppo umano: l’Intelligenza artificiale potrebbe aiutarci?

    Gli indicatori di sviluppo umano per diversi decenni hanno mostrato una curva costante e crescente. Tanto che i ricercatori delle Nazioni Unite hanno previsto che entro il 2030 la popolazione mondiale avrebbe goduto di un elevato livello di sviluppo.
    Speranze che si sono infrante negli ultimi anni, a causa di un periodo di crisi eccezionali, tra cui la pandemia da COVID-19. Inoltre, le disuguaglianze tra Paesi ricchi e Paesi poveri sono aumentate per il quarto anno consecutivo.

    I progressi si sono quindi arrestati in tutte le regioni del mondo.
    Ma l’Intelligenza artificiale, se usata nel modo giusto, potrebbe essere un potente strumento per migliorare milioni di vite.
    Emerge dal Rapporto sullo Sviluppo Umano 2025 (HDR 2025), la pubblicazione annuale del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP).

    La tecnologia avrà un impatto positivo sul lavoro

    Le pressioni globali, come le crescenti tensioni commerciali e l’aggravarsi della crisi del debito che limita la capacità dei governi di investire nei servizi pubblici, stanno restringendo i tradizionali percorsi di sviluppo.
    Nonostante gli indicatori cupi, il rapporto è ottimista sul potenziale dell’AI, notando il ritmo incalzante con cui gli strumenti gratuiti o a basso costo sono stati abbracciati da aziende e individui.

    I ricercatori dell’UNDP hanno condotto un sondaggio per valutare le opinioni sull’AI e hanno scoperto che circa il 60% degli intervistati si aspetta dalla tecnologia un impatto positivo sul proprio lavoro e crei nuove opportunità.
    Particolarmente entusiasti coloro che vivono in zone a basso e medio livello di sviluppo, dove il 70% si aspetta che l’AI aumenti la propria produttività e due terzi prevedono di utilizzarla nell’istruzione, nella sanità o nel lavoro entro il prossimo anno.

    “Le scelte dei prossimi anni definiranno l’eredità della transizione digitale”

    Gli autori del rapporto includono raccomandazioni di azione per assicurarsi che l’AI sia vantaggiosa, tra cui la modernizzazione dei sistemi educativi e sanitari per soddisfare adeguatamente le esigenze odierne (costruzione di un’economia incentrata sulla collaborazione umana con l’AI piuttosto che sulla competizione) e porre gli esseri umani al centro dello sviluppo dell’AI, dalla progettazione all’implementazione.

    “Le scelte che faremo nei prossimi anni definiranno l’eredità di questa transizione tecnologica per lo sviluppo umano – dichiara Pedro Conceição, direttore dell’Ufficio rapporti sullo sviluppo umano dell’UNDP -. Con le giuste politiche e l’attenzione alle persone, l’AI può essere un ponte verso nuove conoscenze, competenze e idee”.

    Rinnovare l’impegno per la dignità umana

    In definitiva, l’impatto dell’AI è difficile da prevedere. Piuttosto che una forza autonoma, è un riflesso e un amplificatore di valori e disuguaglianze delle società che la plasmano.

    Per evitare una ‘delusione per lo sviluppo’, l’UNDP esorta a rafforzare la cooperazione globale sulla governance dell’AI, ad allineare l’innovazione privata agli obiettivi pubblici e a rinnovare l’impegno per la dignità umana, l’equità e la sostenibilità.
    “L’HDR 2025 non è un rapporto sulla tecnologia – afferma Achim Steiner, amministratore dell’UNDP -. È un rapporto sulle persone e sulla nostra capacità di reinventarci di fronte a un profondo cambiamento”.