Categoria: Opinioni

  • Cloud e intelligenza artificiale: il 90% del mercato è dei provider statunitensi. E l’Europa?

    Nel 2025 il mercato del Cloud europeo tocca quota 112 miliardi di dollari, con una crescita del 20% rispetto all’anno precedente. A rivelarlo è l’Osservatorio Cloud Transformation della School of Management del Politecnico di Milano, che sottolinea come quasi il 90% del mercato sia oggi in mano a grandi provider statunitensi e non europei. Una concentrazione che riaccende il dibattito sulla sovranità digitale e sulla necessità di un’industria continentale capace di competere e innovare.

    Secondo Alessandro Piva, direttore dell’Osservatorio, ci sono due sfide da affrontare: garantire indipendenza tecnologica e, allo stesso tempo, mantenere i ritmi dell’innovazione globale. Oltre la metà delle grandi organizzazioni europee (54%) segnala infatti limiti di velocità e aggiornamento nell’offerta dei provider del Vecchio Continente.

    Il mercato italiano cresce del 20%

    In Italia il Cloud continua la sua corsa, spinto soprattutto da intelligenza artificiale e digitalizzazione. Nel 2025 il valore complessivo raggiunge 8,13 miliardi di euro, con un incremento del 20% in un anno. È un segnale chiaro: la nuvola digitale non è più solo un’infrastruttura tecnica, ma un motore di innovazione per imprese e Pubblica Amministrazione.

    Il Public & Hybrid Cloud resta il traino principale, con una spesa di 5,83 miliardi (+21%). Crescono tutti i segmenti: l’Infrastructure as a Service arriva a 2,63 miliardi (+23%), il Software as a Service a 2,2 miliardi (+19%) e il Platform as a Service supera per la prima volta il miliardo di euro (+21%). Anche il Private Cloud mostra un aumento del 23%, spinto dal bisogno di controllo dei dati e dall’interesse verso offerte di Cloud sovrano.

    Le imprese italiane diventano più selettive

    “Il 2025 segna un punto di svolta: il Cloud è ormai un asset strategico di competitività, non solo una piattaforma informatica”, commenta Stefano Mainetti, responsabile scientifico dell’Osservatorio. Il 46% delle grandi aziende adotta soluzioni ibride, scegliendo con attenzione cosa migrare sulla nuvola e cosa mantenere in sede.

    Parallelamente cresce l’attenzione per sicurezza e normativa: il 72% delle imprese ha avviato progetti di cybersecurity, mentre il 39% lavora sull’adeguamento alle nuove direttive europee come NIS2, DORA e AI Act.

    AI e Cloud, un binomio sempre più stretto

    Il Cloud è la spina dorsale dell’intelligenza artificiale. Nel 2025 un quarto delle grandi imprese utilizza già servizi di AI-as-a-Service, ma solo il 30% si affida interamente al Public Cloud. La maggior parte preferisce soluzioni Private o on-premise, per garantire controllo e conformità.

    Come sottolinea Mariano Corso, dell’Osservatorio Cloud Transformation, “AI e Cloud sono inseparabili, ma servono regole e competenze per gestire i dati in modo sicuro e responsabile”. Nonostante un 59% di aziende ancora senza policy per la gestione dei rischi legati all’AI, oltre la metà delle imprese italiane considera l’Intelligenza Artificiale la principale priorità d’investimento per il 2026.

  • Economia, parola d’ordine: coesione. Tra imprese, territori e comunità

    Le imprese italiane hanno capito il valore della coesione. Secondo il rapporto ‘Coesione è Competizione’ di Fondazione Symbola nel 2024 le imprese coesive rappresentavano il 44% delle imprese manifatturiere italiane, l’1% in più rispetto al 2023.
    “Essere propense a mettersi in relazione con istituzioni, clienti, dipendenti, comunità anche con aziende concorrenti, se utile alla crescita, in una logica di filiera e di collaborazione, incide in termini di fatturato, occupazione, produzione ed export”, spiega Gian Maria Gros-Pietro, presidente Intesa Sanpaolo.

    La coesione migliora il legame e il radicamento nelle comunità e nei territori, accresce il senso di appartenenza e soddisfazione di vita dei dipendenti, il coinvolgimento e il dialogo con i clienti. Lo dimostra anche l’aumento del numero medio di relazioni instaurate dalle imprese con soggetti del territorio, passate da 1,9 a 2,8.

    Sette imprese coesive su dieci hanno investito in sostenibilità

    Si conferma quindi la consuetudine da parte delle imprese coesive a stabilire legami con i lavoratori. Crescono le collaborazioni con tutti gli stakeholder considerati, dalle altre imprese alle associazioni di categoria, dalle banche agli enti non profit, dalle istituzioni locali ai clienti, delineando un ecosistema sempre più aperto e interdipendente.

    Con un’unica eccezione, data da una minore relazionalità del mondo imprenditoriale con quello scolastico/accademico.
    Sette imprese coesive su dieci hanno investito in sostenibilità ambientale negli ultimi tre anni e più di otto su dieci lo hanno fatto in tecnologie digitali 4.0. Inoltre, più del 60% delle imprese coesive ha investito in attività di ricerca e sviluppo.

    Sentirsi parte di una sfida comune

    I territori che possono essere considerati più ‘coesivi’ sono caratterizzati da un più elevato livello di ricchezza prodotta, maggiore generatività del tessuto imprenditoriale e un più intenso benessere espresso in termini di soddisfazione dei cittadini per la propria vita, partecipazione alla vita civica, politica e culturale, nonché di impegno nei confronti della crisi climatica.

    “La coesione è un formidabile fattore produttivo – dichiara Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola -. L’Unione Europea ha indirizzato le risorse del Next Generation EU e anche del Recovery Fund per rilanciare l’economia su coesione/inclusione, transizione verde e digitale con l’obiettivo di azzerare le emissioni nette di CO2 entro il 2050. L’Italia può essere protagonista della sostenibilità se si sente parte di una sfida comune”.

    Rafforzare la competitività e sostenere uno sviluppo più equo e duraturo

    “Il rapporto mostra come la coesione sia non solo un valore sociale ma anche una leva economica. Nei territori a maggiore coesione, infatti, la povertà si mantiene costantemente sotto la media nazionale, e anche il valore aggiunto pro-capite appare più elevato – commenta Giuseppe Tripoli, segretario generale Unioncamere -. Favorire la coesione significa, quindi, rafforzare la competitività dei territori e sostenere uno sviluppo più equo e duraturo”.

  • Telemarketing, tra fastidio e curiosità: le reazioni degli italiani alle chiamate

    Le chiamate da parte di call center continuano a essere un fenomeno quotidiano nella vita degli italiani. Che si tratti di offerte telefoniche, proposte di cambio fornitore luce e gas o inviti a investimenti finanziari, il teleselling è diventato una pratica frequentissima.
    Lo conferma un’indagine recentemente pubblicata sulla piattaforma Radar dell’istituto SWG, che monitora abitudini, opinioni e tendenze della popolazione italiana.

    Un “assedio” quotidiano: il 63% si dichiara infastidito

    Secondo il sondaggio, la reazione più comune a queste telefonate è negativa: ben il 63% degli intervistati ammette di sentirsi infastidito, mentre il 24% risponde con indifferenza. Una minoranza più netta esprime addirittura rabbia (9%).
    Solo una piccolissima fetta di utenti, pari al 3%, dichiara di trovare divertenti queste chiamate, e appena l’1% le accoglie con reale interesse.

    Chi risponde e chi no: l’età fa la differenza

    Nonostante il fastidio generalizzato, non tutti si comportano allo stesso modo. Poco più di un terzo degli italiani tende a rifiutare ogni chiamata proveniente da numeri sconosciuti, mentre il 29% risponde regolarmente o quasi sempre.

    In particolare, i giovani sono più propensi ad ascoltare chi chiama, mentre le persone più mature appaiono decisamente più diffidenti.

    Teleselling e truffe: come distinguere le chiamate

    Gli intervistati sembrano in grado di distinguere – almeno in parte – tra tentativi di frode e proposte legittime. Le telefonate che promettono facili guadagni o offerte di lavoro destano maggior sospetto e sono spesso associate a raggiri.
    C’è più apertura invece nei confronti di offerte relative a servizi di telefonia, energia, assicurazioni o beni per la casa: in questi casi, la valutazione è più cauta e si tende ad ascoltare prima di decidere.

    Chi accetta? Soprattutto uomini e giovani 

    Nonostante la diffidenza, una parte degli italiani non solo ascolta ma aderisce alle proposte ricevute via telefono. Circa il 14% ha dichiarato di aver concluso almeno un contratto tramite teleselling. A risultare più sensibili a questo tipo di offerta sono in particolare gli uomini e le fasce d’età più giovani.

    La soddisfazione non è mai “entusiasmante”

    E dopo aver detto “sì” al call center, com’è l’esperienza? Secondo l’indagine SWG, la maggior parte degli utenti non esprime giudizi totalmente negativi. Tuttavia, i casi di piena soddisfazione sono rari: in genere, l’esperienza viene valutata come “accettabile” o “discreta”, ma non entusiasmante.

    Un fenomeno controverso

    Il fenomeno del telemarketing resta controverso: se da un lato molti lo subiscono come un’intrusione, dall’altro c’è ancora chi lo considera un canale utile per accedere a offerte vantaggiose. Le aziende che operano nel settore dovranno trovare il modo di riconquistare la fiducia degli utenti attraverso trasparenza, chiarezza e rispetto.

  • Contract Logistics: a fine 2024 fatturato stabile a 117,8 miliardi di euro

    Dopo la forte crescita del biennio pandemico 2021-2022, favorita dall’espansione economica e l’aumento dei flussi logistici, nel 2023 il fatturato della Contract Logistics, la Logistica conto terzi, si è stabilizzato intorno a 115 miliardi di euro, principalmente per il rallentamento dell’attività economica e industriale.

    A quanto emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Contract Logistics ‘Gino Marchet’ del Politecnico di Milano, anche per il 2024 si prevede una situazione analoga, con una crescita in termini reali dello 0,7%, il +1,7% in termini nominali, per raggiungere un valore di 117,8 miliardi di euro.
    Se il settore della Logistica è sempre più centrale per le aziende italiane e il sistema Paese, in questi ultimi anni ha dovuto affrontare un contesto sempre più complesso, caratterizzato da incertezza e criticità.

    Nuove sfide per i fornitori di servizi

    La Logistica oggi è considerata ‘centrale’ dal 65% delle aziende committenti, secondo cui deve agire su più fronti contemporaneamente: contenere i costi (41%), migliorare il livello di servizio (42%) e l’impatto ambientale (17%).

    Se da un lato si assiste a questa evoluzione sul fronte della domanda, dall’altro si aprono nuove sfide per i fornitori di servizi logistici. Ovvero, l’attrattività del personale, la transizione green, e in senso più in ampio, la sostenibilità ambientale e sociale.
    Nel totale della Logistica in Italia la terziarizzazione è stabile al 45,5%. Il principale aspetto ricercato dalle imprese della domanda nell’outsourcing è la flessibilità (44%) e la modifica della struttura costo/servizio (34%).

    L’evoluzione dei grandi player e la difficoltà dei piccoli fornitori 

    Nella Contract Logistics crescono i dipendenti diretti, +15% tra i Top Player del settore nei dati a consuntivo, e le operazioni di M&A. Sono infatti 36 quelle mappate per la Logistica nazionale nel biennio 2023-2024, per un valore di circa un miliardo.
    Al contempo, prosegue il processo di ricerca di economie di scala e allargamento della gamma di servizi offerti dei grandi player di trasporto internazionale.

    Continua però a ridursi il numero di aziende della filiera di fornitura, che in tre anni, dal 2019 al 2022, diminuiscono di 35mila, in particolare, tra le piccole realtà.

    “Il contesto richiede di lavorare non solo sui costi, ma anche sul livello di servizio e l’impatto ambientale”

    “La transizione in atto nella domanda rafforza la rilevanza della Logistica – spiega Damiano Frosi, Direttore dell’Osservatorio Contract Logistics -. Emerge infatti la sua centralità per le imprese committenti, in un contesto che richiede di lavorare non solo sui costi, ma anche sul livello di servizio e sull’impatto ambientale. Nel settore, cresce l’adozione di soluzioni green e migliora la misurazione dell’impatto ambientale. Nel trasporto su strada, sono ormai molteplici le tecnologie disponibili e il 57% dei Top Player ne adotta tre o più, in una complessità di scelta per gli operatori che devono considerare fattori diversi. Più in generale, nell’introduzione di nuove soluzioni tecnologiche, oltre agli effetti economici e di servizio, diventa sempre più importante considerare anche l’impatto sui lavoratori e il loro coinvolgimento”.

  • Housing Sociale a Milano: perchè è un caso emblematico?

    A Milano, l’offerta di alloggi a prezzi accessibili è ancora insufficiente rispetto alla domanda. Questo dato emerge da diverse ricerche condotte da esperti del settore, tra cui Cresme, Politecnico di Milano, Nomisma, Bocconi, EvaLab e Avanzi, che hanno analizzato le problematiche e le prospettive dell’housing sociale in Italia. I risultati sono stati presentati in occasione del ventesimo anniversario della Fondazione Housing Sociale, alla presenza delle istituzioni.

    La situazione dell’Housing Sociale

    Le analisi condotte dal dipartimento di Architettura e Studi urbani del Politecnico di Milano hanno permesso di tracciare un quadro aggiornato dell’offerta abitativa, utilizzando rappresentazioni cartografiche e schemi per evidenziare l’impatto degli interventi realizzati tra il 2015 e il 2023. Gli studi hanno esaminato diverse tipologie di iniziative: progetti di housing sociale di nuova costruzione, residenze universitarie convenzionate, alloggi temporanei per persone in difficoltà e interventi promossi da enti del terzo settore con il supporto di Fondazione Cariplo.

    A Milano sono attualmente disponibili 16.681 alloggi a canoni calmierati, realizzati principalmente da fondi e cooperative edilizie. Negli ultimi dieci anni sono stati costruiti 4.000 alloggi in vendita convenzionata e 3.551 in locazione, di cui il 10% destinato a canoni sociali per soggetti fragili. Tuttavia, come rileva Nomisma, queste risorse non sono ancora sufficienti a soddisfare il fabbisogno, considerando che circa il 25% delle famiglie milanesi ha redditi tra 1.600 e 2.700 euro mensili.

    Le difficoltà sia nel pubblico sia nel privato

    La ricerca ha evidenziato anche le difficoltà nel mappare gli alloggi pubblici e privati gestiti da enti del terzo settore, stimati intorno a 1.500 unità. Spesso si tratta di piccoli blocchi abitativi difficili da intercettare, ma il numero rilevato offre comunque indicazioni utili per lo sviluppo di politiche abitative.

    A livello nazionale, il primo rapporto sulla performance sociale dell’housing sociale, realizzato da Avanzi, mostra una maggiore concentrazione di interventi nelle regioni del Nord e Centro Italia, con Lombardia e Toscana che insieme ospitano quasi il 50% dei progetti.

    Proposte per il futuro: investimenti e politiche integrate

    Le ricerche presentate sottolineano la necessità di interventi coordinati per regolamentare il mercato abitativo, inclusi gli affitti brevi. Secondo Raffaella Saporito della Bocconi, è importante evitare soluzioni semplificate e promuovere un piano di investimenti che combini capitali pubblici e privati per aumentare l’offerta abitativa.

    L’indagine dell’Università Bocconi suggerisce la creazione di un fondo di garanzia nazionale per il social housing, ispirato ai modelli francese e olandese, che preveda il coinvolgimento di istituzioni pubbliche e soggetti privati.

  • Smartphone usati: quali sono i modelli più richiesti?

    Gli iPhone usati rappresentano l’80% delle compravendite di dispositivi mobili di seconda mano. Un’analisi di WeFix.it mostra come nell’ultimo anno siano i modelli 11, 12 e 13 di Apple a dominare le compravendite di smartphone usati, sia tra i privati sia tra utenti e professionisti di elettronica di consumo. 

    Se la domanda e l’offerta di prodotti second hand è in continua crescita, questo vale anche per quanto riguarda l’elettronica di consumo, in particolare, gli smartphone. Una crescita che riflette l’interesse dei consumatori italiani per dispositivi di alta qualità ma a prezzi più accessibili. Ed è Apple a dominare questo mercato. 

    Prezzi e caratteristiche dei modelli più venduti 

    La mappa regionale dei modelli più venduti vede l’iPhone 11 dominare le vendite nel Lazio, con il 17,22% del totale delle offerte, seguito da Campania (16,55%) e Lombardia (14,56%).
    Il prezzo medio per un iPhone 11 usato è 252,57 euro, con una capacità di 128 GB e una batteria in media all’87% della sua capacità originale. I colori più popolari per l’iPhone 11 sono nero (48,97%) e bianco (24,01%).

    L’iPhone 12 è invece particolarmente popolare in Campania (16,84%), Lombardia (15,79%) e Lazio (12,42%). Il suo prezzo medio di vendita è 349,76 euro, e le sue caratteristiche tipiche includono una batteria all’86%. Quanto alle preferenze di colore, è in testa il nero (44,89%), seguito dal blu (21,06%).

    Lombardia, Lazio, Campania le regioni con più compravendite

    Per l’iPhone 13, la Lombardia è la regione leader, con il 18,79% delle offerte, seguita da Campania (17,41%) e Lazio (12,07%). Il prezzo medio per questo modello è 475,86 euro, con una batteria al 91%. Anche per l’iPhone 13, il colore più richiesto è il nero (44,7%), seguito dal bianco (21,04%).

    Le regioni italiane dove si sono svolte le maggiori compravendite di iPhone usati sono il Lazio, al primo posto per la compravendita di iPhone 11, la Campania, che guida la classifica per l’iPhone 12, e la Lombardia, in testa per l’iPhone 13.

    Meglio acquistare dai rivenditori che dai privati

    “Un aspetto cruciale per chi acquista un iPhone usato è lo stato della batteria – spiega Joseph Caruso, responsabile del dipartimento analisi di WeFix.it -. In media, una batteria perde una parte significativa della sua capacità dopo 17/19 mesi. Anche il colore ha la sua attrattività: il pesca è generalmente il meno costoso, mentre, possiamo verificare dai dati, che la Valle d’Aosta è la regione che preferisce maggiormente i dispositivi di colore bianco. Un altro aspetto da sottolineare è che sono le donne, in generale, a mantenere i loro iPhone in condizioni migliori rispetto agli uomini, anche se i loro annunci sono meno dettagliati. Infine, le donne tendono a vendere i loro dispositivi a prezzi leggermente più alti. Da sottolineare, inoltre, che circa il 73% degli utenti preferisce comperare da professionisti del settore elettronica o da piattaforme di e-commerce piuttosto che tra privati, e che i dispositivi riacquistati sono prevalentemente provenienti da fuori Italia”.

  • Incidenti informatici? Nella maggioranza dei casi sono dovuti a errori umani 

    L’errore umano si rivela essere una delle principali cause di quasi due terzi di tutti gli incidenti informatici degli ultimi due anni. E la “colpa” è soprattutto della mancanza di competenze specifiche. Questo dato, decisamente preoccupante, emerge da un recente studio globale commissionato da Kaspersky.

    Il 50% dei professionisti della cybersicurezza, a livello globale, ammette di aver commesso errori all’inizio della propria carriera a causa della mancanza di conoscenze teoriche o pratiche. Questa percentuale aumenta al 60% per coloro che possono vantare un’esperienza minore, ovvero compresa tra i due e i cinque anni.

    Senza formazione il rischio aumenta

    Un altro studio condotto sempre da Kaspersky evidenzia che, negli ultimi due anni, le organizzazioni aziendali hanno subito almeno un incidente informatico a causa della mancanza di personale qualificato in materia di cybersicurezza. Nonostante la ricerca di personale più preparato e competente possa essere una soluzione, il settore affronta una grave carenza di professionisti della sicurezza informatica. A oggi si tratta di una domanda occupazione che necessita, secondo le stime, di circa 4 milioni di addetti.

    I giovani non sono preparati alle sfide che li aspettano

    Il gap di competenze in materia di cybersicurezza è aggravato dal fatto che molti neoassunti devono fare i conti con profonde lacune sull’argomento. Tanto che, proprio a causa di questa non conoscenza, vivono difficoltà iniziali e provocano errori nello svolgimento del loro lavoro. Scarso aggiornamento dei software, utilizzo di password deboli e mancata esecuzione tempestiva di backup sono alcuni degli errori comuni commessi all’inizio della carriera.
    Le sfide che deve affrontare il settore spiegano il motivo per cui quasi la metà dei professionisti InfoSec ha impiegato più di un anno per sentirsi a proprio agio nel proprio ruolo.

    Necessario adottare misure preventive e reattive

    Per affrontare il gap di conoscenze, Kaspersky raccomanda misure preventive e reattive. A livello didattico, i programmi di formazione dovrebbero essere aggiornati e più flessibili, creati in collaborazione con gli esperti del settore. Coloro che intendono entrare professionalmente nel mondo della cybersicurezza possono acquisire esperienza attraverso stage in dipartimenti di sicurezza informatica o ricerca e sviluppo.

    Dal canto loro, le aziende possono investire in programmi di aggiornamento del personale, aiutando i dipendenti a rimanere competitivi in un contesto in continuo cambiamento.

    Un mondo informatico in rapida evoluzione

    In conclusione, il report di Kaspersky fornisce approfondimenti sul percorso formativo degli esperti di cybersicurezza e sulle difficoltà iniziali affrontate nella loro carriera, sottolineando l’importanza di un approccio completo all’onboarding e alla formazione continua. Solo così è possibile garantire la sicurezza informatica in un mondo digitale in rapida evoluzione.

  • L’innovazione tecnologica aiuta. Lo pensa l’88% degli italiani 

    Sebbene permangono alcune perplessità relative all’utilizzo dei dati e al rischio di isolamento relazionale, gli italiani danno un giudizio sostanzialmente positivo sull’innovazione tecnologica.
    Se per le imprese rappresenta un grande driver di trasformazione, secondo l’88% degli italiani l’innovazione tecnologica aiuta l’attività imprenditoriale e produttiva, agevolando la crescita non solo delle grandi realtà, ma anche delle piccole aziende (29%).

    Emerge dalla ricerca globale realizzata da Ipsos per Maker Faire Rome – The European Edition, manifestazione promossa e organizzata dalla Camera di Commercio di Roma.
    Secondo la ricerca, gli italiani poi sentono di possedere più competenze digitali di americani, francesi e tedeschi. Grazie alla tecnologia per loro l’esistenza quotidiana è diventata più facile e intensa. Ma anche più stressante e isolata.

    Pochi dubbi: la vita quotidiana è stata migliorata dalla tecnologia

    In generale l’innovazione tecnologica ha mutato radicalmente il modo di informarsi, viaggiare, fare la spesa, ma ha anche aumentato le differenze sociali tra Paesi ricchi e poveri, tra anziani e giovani, tra manager e lavoratori.

    Le sensazioni suscitate dalla tecnologia in Italia sono contrastanti. Se dipendenza (39%) e fiducia (37%) vanno di pari passo, generalmente la tecnologia suscita sentimenti positivi, come serenità (29%), attesa (24%) e facilità (22%). 
    Nel saldo tra gli aspetti della vita quotidiana che la tecnologia ha migliorato o peggiorato, per tutti i cittadini dei vari paesi il saldo è molto positivo riguardo l’informarsi, sapere e conoscenza, fare shopping e gestione dei trasporti e della mobilità.

    Meno positivo il giudizio su effetti sociali e relazioni 

    Più pernicioso il quadro degli effetti sociali dal punto di vista delle relazioni. Inoltre, in tutti i paesi i cittadini segnalano che le innovazioni tecnologiche hanno aumentato i tassi di esclusione sociale. 
    Decisamente più positive le valutazioni sull’impatto che l’innovazione tecnologica ha avuto per le imprese. 

    I settori che hanno saputo avvantaggiarsi maggiormente della trasformazione digitale sono le banche, e ovviamente, le società informatiche, seguite da Assicurazioni, imprese turistico e alberghiero, Grande distribuzione organizzata. Le innovazioni tecnologiche percepite come più costruttive sono IoT, robotica collaborativa, Big Data Analytics, manifattura additiva. In Italia in particolare, l’Intelligenza artificiale è vista come una tecnologia in grado di migliorare la vita quotidiana.

    Cosa farà l’AI fra 10 anni?

    La maggioranza dei cittadini ritiene che nei prossimi 10 anni, l’AI sarà un elemento fondamentale o comunque importante della vita quotidiana (84% in Italia) e migliorerà soprattutto le possibilità di informarsi, accrescere le conoscenze, la gestione dei trasporti e della salute, lo shopping e il fare impresa.

    Peggiorerà, invece, le relazioni. E previsioni negative coinvolgono il tema del lavoro, con il timore di perdita di posti di lavoro, l’obsolescenza delle competenze e minori opportunità per i lavoratori a bassa digitalizzazione, la chiusura delle imprese tradizionali, e progressivo isolamento e alienazione.
    Le nuove tecnologie avranno, tuttavia, un impatto positivo a livello ambientale, soprattutto sulle fonti rinnovabili, gli sprechi alimentari e la catena alimentare sostenibile.

  • Violenza tra adolescenti: cosa ne pensano i giovani? 

    Lo rivela l’indagine ‘I giovani e la violenza tra pari’, condotta da Ipsos per ActionAid con il supporto dell’IBISG, l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai: secondo i ragazzi e le ragazze adolescenti in Italia a commettere atti di violenza nel nostro Paese sono i ragazzi maschi, soprattutto se in gruppo, e gli uomini adulti che è possibile incrociare anche fuori da scuola. Quattro giovani italiani su cinque ritengono però che una donna possa sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole, ma uno su cinque crede che le ragazze possano contribuire a provocare la violenza sessuale se mostrano un abbigliamento o un comportamento eccessivamente provocante.

    Sono le caratteristiche fisiche a scatenare la violenza

    Tra i principali motivi per cui si diventa oggetto di violenza secondo gli adolescenti italiani al primo posto sono indicate le caratteristiche fisiche (50%), seguite dall’orientamento sessuale (40%) e dall’appartenenza di genere (36%). Il primo danno in seguito alla violenza subita, indicato dal 27% degli intervistati senza distinzione di genere è il malessere psicologico. Al secondo posto, isolamento e depressione (21%), e al terzo disagio e vergogna (18%).Ma non sempre i ragazzi e le ragazze che subiscono una qualche forma di violenza poi la denunciano. Il motivo principale è la vergogna nel raccontare quanto è accaduto al mondo adulto, seguito dalla paura a dirlo, la percezione dell’inutilità della denuncia, e il timore di ulteriori minacce da parte dell’aggressore.

    Cosa è violenza?  

    La maggioranza dei giovani (80%) considera violenza toccare le parti intime di qualcuno senza consenso, ma uno su cinque non riconosce questa violenza. A seguire, in particolar modo i giovani ragazzi, considerano violenza picchiare qualcuno, comportamento che registra il 79% delle risposte.
    Al terzo posto, con il 78%, fare foto/video in situazioni intime e diffonderle ad altre persone, soprattutto per le ragazze, con l’84% delle citazioni.

    Le ragazze sono più esposte anche alle molestie verbali

    Sono le ragazze, più dei ragazzi, a vivere con maggior frequenza atti di violenza tra pari, in qualsiasi forma essa si manifesti.
    Infatti, molto più spesso dei coetanei assistono a gossip, prese in giro, insulti, scherzi, esclusione di persone dai gruppi, situazioni in cui le parti intime di una persona vengono toccate senza consenso, diffusione non consensuale di foto e video di situazioni intime. Inoltre, le ragazze rischiano più spesso di ricevere molestie verbali mentre camminano per strada, essere toccate nelle parti intime, essere vittime di scherzi o commenti a sfondo sessuale e della diffusione di foto/video che le ritraggono in situazioni intime. I ragazzi, invece, rischiano principalmente di essere picchiati e le persone transgender/fluide/non binarie di venire insultate.

  • Per acquistare sostenibile un italiano su tre pagherebbe di più

    Per acquistare sostenibile un italiano su tre pagherebbe di più

    Il 31% degli italiani è disposto a pagare di più per gli acquisti sostenibili, anche se ciò ha un impatto sulle proprie finanze. È quanto emerge da un sondaggio realizzato da Ipsos per l’edizione 2023 del Salone della Csr e dell’innovazione sociale, condotto a maggio 2023 su un campione di 1000 persone over 16.
    Inoltre, il 46% degli intervistati accetterebbe di scendere a compromessi sulla qualità del proprio stile di vita se questi andrebbero a beneficio dell’ambiente. Ad esempio, consumando meno energia, mangiando meno carne o limitando la plastica monouso.

    Pronti alla sfida, e lo dimostrano nel quotidiano

    I dati del sondaggio mettono in evidenza una novità importante: ormai è chiaro ai cittadini che la transizione sostenibile ha un costo, e che perseguirla richiede e richiederà la sottrazione di risorse ad altri ambiti o aumentare il prelievo fiscale, se non addirittura entrambi. Oggi, a 11 anni dalla prima edizione del Salone, gli italiani sono pronti alla sfida e lo dimostrano nel quotidiano. L’89% delle famiglie si impegna nella raccolta differenziata, l’88% nel risparmio energetico, l’87% nel ridurre il consumo idrico. E il 60% acquista prodotti biologici, pur con un’ampia forbice tra chi lo fa abitualmente (19%) e chi ‘abbastanza’ (41%). Il quadro è identico nella scelta dei prodotti del marcato equo e solidale, che si attesta al 56% delle preferenze, con il 17% di consumatori abituali e il 39% che diversifica maggiormente l’acquisto.

    Incerti sulla reale efficacia della transizione green 

    “Quello che non cambia, invece, è la consapevolezza che abitare il cambiamento è impegnativo e richiede di uscire dalle proprie abitudini – commenta Andrea Alemanno, Principal di Ipsos Strategy3 -. Molti si sentono pronti a ‘traslocare’, ma questa disposizione ideale è frenata dalle conseguenze negative, se comparate con un effetto non altrettanto certo. Infatti per il 58% degli italiani sarà impossibile realizzare transizioni energetiche, ambientali, digitali e sociali senza avere ripercussioni negative su alcuni membri o settori della società. Quasi la metà (45%) si attende ripercussioni limitate e gestibili, e solo il 18% ritiene che i benefici supereranno largamente i disagi. Accelerare questa fase di trasformazione è fondamentale”.

    Un Salone dedicato alla Corporate Social Responsability 

    Il programma 2023 del Salone della Csr è articolato in 12 aree tematiche che toccheranno diversi ambiti, dalla gestione sostenibile della casa all’innovazione nell’agrifood, dall’energia alla comunicazione e dalla finanza alla cultura. Un tema centrale sarà la valutazione degli impatti generati: anche per questo il Salone promuove la seconda edizione del Premio Impatto.
    Dopo il successo del 2022, riferisce Adnkronos, l’augurio è di poter contare sulla partecipazione di un numero sempre maggiore di imprese e associazioni non profit, che raccontino perché è importante misurare il valore creato dalle proprie attività.