Categoria: Approfondimenti

  • Gli effetti della pandemia sul mercato del lavoro

    Gli effetti della pandemia sul mercato del lavoro

    La media 2020 è la sintesi delle dinamiche trimestrali del mercato del lavoro, fortemente e diversamente influenzate dalla pandemia. Alla crescita tendenziale dell’occupazione nel primo trimestre segue il consistente calo del secondo trimestre, proseguito, seppur a ritmi meno sostenuti, anche nel terzo e nel quarto trimestre 2020. Secondo gli ultimi dati rilasciati dall’Istat in media annua si osserva un calo dell’occupazione senza precedenti (-456 mila, -2,0%), associato alla diminuzione della disoccupazione e alla forte crescita del numero di inattivi. Inoltre, la diminuzione delle posizioni dipendenti (-1,7%) e del monte ore lavorate (-13,6%), così come l’aumento del ricorso alla Cig (+139,4 ore ogni mille lavorate), sono più marcati nel comparto dei servizi rispetto a quello dell’industria.

    Nel quarto trimestre 2020 contrazione del Pil del -6,6% rispetto al 2019

    Nel quarto trimestre 2020 le dinamiche del mercato del lavoro sono ancora influenzate dalle misure di contenimento dell’emergenza sanitaria. Secondo l’Istat l’input di lavoro, misurato dalle ore lavorate, registra una diminuzione di -1,5% rispetto al trimestre precedente e di -7,5% rispetto al quarto trimestre 2019, mentre il Pil subisce una contrazione rispettivamente del -1,9% e del -6,6%. E se il numero di occupati cresce dello +0,2% rispetto al trimestre precedente contestualmente si registra una riduzione del numero di disoccupati (-122 mila) più consistente di quella degli inattivi di 15-64 anni (-10 mila).

    In termini tendenziali l’occupazione è ancora in calo

    In termini tendenziali, però, l’occupazione è ancora in calo (-414 mila unità, -1,8% rispetto al quarto trimestre 2019), nonostante i dipendenti a tempo indeterminato aumentino di 98 mila unità (+0,7%). A diminuire sono soprattutto i dipendenti a termine (-383 mila, -12,3%), ma continuano a calare anche gli indipendenti (-129 mila, -2,4%). La riduzione interessa sia gli occupati a tempo pieno sia quelli a tempo parziale, tra i quali l’incidenza del part time involontario raggiunge il 65,2% (+1,3 punti). Il tasso di occupazione (58,2%), cresce in termini congiunturali (+0,3% rispetto al terzo trimestre 2020), ma è ancora inferiore di -0,8 punti a quello del quarto trimestre 2019.

    Dal lato delle imprese rallenta il recupero dell’input di lavoro

    Dal lato delle imprese, l’adozione di nuove misure di restrizione dell’attività economica nel quarto trimestre 2020 ha rallentato il recupero dell’input di lavoro che aveva caratterizzato il trimestre precedente: la crescita congiunturale per le posizioni lavorative dipendenti si ferma a +0,3%, sia per la componente a tempo pieno, sia per quella a tempo parziale. Aumenta il ricorso alla cassa integrazione, che si attesta su 92,5 ore di Cig ogni mille ore lavorate, mentre il costo del lavoro per unità di lavoro diminuisce dello 0,6% in termini congiunturali, ma cresce in termini tendenziali (+0,5%), dovuta a un aumento dell’1,5% della componente.

  • Etichette più dettagliate spingono l’acquisto di cibi più sani

    Etichette più dettagliate spingono l’acquisto di cibi più sani

    I prodotti che compriamo al supermercato cambiano e diventano sempre più sani, e la nostra scelta è dettata da ciò che viene segnalato sull’etichetta. Caramelle, biscotti, e acque aromatizzate arricchiti di zinco, carni bianche con iodio, würstel, salumi e formaggi senza polifosfati, oppure senza latte o senza uova. Come orientarsi verso i prodotti considerati più sani? Ci pensano i produttori, che appongono etichette sempre più dettagliate segnalando la presenza o l’assenza di alcuni minerali o alimenti. Lo sostiene un’analisi dell’Osservatorio Immagino GS1 Italy, che ha “scannerizzato” le etichette di oltre 115 mila prodotti venduti in Italia rilevando non solo le indicazioni più diffuse e consolidate, ma anche i claim emergenti che si stanno affermando sugli scaffali dei supermercati.

    Due panieri e stili alimentari, il free from e il rich-in

    A crescere maggiormente, nei 12 mesi analizzati, sono stati soprattutto i claim relativi a due panieri e stili alimentari, il free from e il rich-in. Nel mondo del free from la tendenza è quella di un aumento dei prodotti che si presentano come privi di polifosfati, oppure di latte o di uova. Invece nell’area del rich-in a emergere sono soprattutto i prodotti che segnalano di apportare iodio, zinco oppure magnesio. In particolare, le vendite dei prodotti senza polifosfati sono cresciute del +8,9% su base annua, soprattutto in affettati, würstel, salumi a cubetti e formaggi fusi a fette.

    Crescono i prodotti senza latte, uova, o arricchiti di iodio

    Incremento consistente del sell-out anche per i prodotti che segnalano sull’etichetta di essere privi di latte (+11,9%), in particolare insaccati, gelati vegetali multipack e panini per hamburger o hot dog. Quanto alla categoria “senza uova” (+2,0%), coinvolge soprattutto pasta senza glutine, biscotti salutistici e maionese. Sul versante del rich-in, le referenze che sottolineano in etichetta la presenza di iodio hanno registrato un balzo annuo delle vendite di +9,5%, grazie soprattutto a carni bianche elaborate (come cotolette e cordon bleu), passate di pomodoro e fette biscottate.

    Le performance di zinco e magnesio

    Buone performance anche per i prodotti che segnalano il contenuto di zinco (+5,1%), in particolare per integratori, caramelle, biscotti, acque aromatizzate e frutta secca. Andamento a due velocità per i prodotti che segnalano la presenza di magnesio, riporta Ansa: il calo del fatturato annuo (-1,7%) si deve alla flessione degli integratori solo in parte compensata dalla interessante crescita degli alimenti con il claim “fonte di magnesio”, come biscotti integrali o multicereali, e semi.

  • Aziende islandesi sul podio per migliore reputazione. Italia, 32esima

    Aziende islandesi sul podio per migliore reputazione. Italia, 32esima

    Il Paese in cui le imprese possono vantare la migliore reputazione è l’Islanda. Sul secondo gradino del podio la Norvegia, seguita da Svezia, Nuova Zelanda e Svizzera. Dei 35 Paesi analizzati da Zwan, azienda specializzata in corporate reputation, l’Italia occupa il quart’ultimo posto della classifica. Almeno, durante il triennio 2017-2020. Per stabilire il ranking Zwan ha utilizzato l’algoritmo del Reputation Rating, che certifica una serie di parametri attraverso la tecnologia blockchain. Di fatto lo studio ha preso in esame i diversi aspetti che compongono la reputazione, intesa quindi non solo come immagine del brand percepita dagli stakeholder, incrociando tra loro caratteristiche quali work-life balance, qualità dell’ambiente di lavoro, gender gap, culture & diversity, sicurezza sul lavoro & cyber-security, qualità percepita dei prodotti Made-in, reputazione (più strettamente connessa all’immagine), gestione delle carriere, innovazione e stipendi medi.

    Italia fanalino di coda per gestione delle carriere e della diversità, e stipendi medi

    Dopo la Svizzera (5°) dal 6° posto in avanti la classifica di Zwan prosegue con le nazioni già note per l’alta innovazione e qualità della vita, ovvero, Finlandia, Danimarca, Germania, Olanda, e Canada. L’analisi di Zwan sembra provare quindi una relazione tra qualità della vita, digitalizzazione e reputazione delle Imprese. E se dallo studio non emergono risultati positivi per le imprese del nostro Paese va un po’ meglio per la Gran Bretagna, posizionata al 12° posto, ma non benissimo per gli Stati Uniti, fermi al 21° posto della classifica.

    Al 7° posto per la percezione della qualità dei prodotti Made-in Italy

    “L’Italia, purtroppo, è risultata essere quasi fanalino di coda al 32° posto, registrando performance negative in gestione delle carriere, stipendi medi e gestione delle diversità”, spiega Joe Casini, cofondatore di Reputation Rating.

    L’Italia però registra anche qualche parametro positivo: il nostro Paese si piazza infatti al 7° posto per la percezione della qualità dei prodotti Made-in Italy.

    “C’è molto da lavorare anche per quanto concerne la qualità dell’ambiente di lavoro, dove l’Italia ricopre il 28° posto – aggiunge Casini -. A stupire, però, è la posizione degli Stati Uniti, solo 21°, principalmente a causa del Gender Gap e del Work-life balance, asset che hanno controbilanciato di molto in negativo le performance positive riscontrate per le altre caratteristiche”.

    Le imprese devono adeguarsi: la reputazione è ormai un capitale imprescindibile

    Secondo Davide Ippolito, ceo di Zwan, cofondatore di Reputation Rating, e autore del libro Reputazione Capitale del Terzo Millennio, “le imprese devono adeguarsi ai nuovi criteri di sviluppo, che vedono la reputazione come capitale imprescindibile del Terzo Millennio. Per un profitto a lungo termine bisogna guardare oltre il profitto e avere comportamenti sostenibili e accettabili. Servono perciò regole più severe affinché anche il nostro Paese si adegui agli standard delle altre potenze mondiali”. Reputation Rating è un progetto indipendente, superpartes e brevettato, che si basa sulla comparazione di certificati pubblici e ricerche statistiche ufficiali (Bloomberg, Ocse, Oecd, ILO, e tanti altri enti e istituzioni mondiali).

  • A cosa sono disposti a rinunciare gli italiani per il clima?

    A cosa sono disposti a rinunciare gli italiani per il clima?

    A cosa è più facile rinunciare per combattere i cambiamenti climatici? Nel complesso, il 34% degli italiani afferma di mettere in atto correttivi radicali al proprio stile di vita per contrastare i cambiamenti climatici, una percentuale superiore di quindici punti alla media europea (19%). I genitori di ragazzi minorenni (39%) e gli abitanti delle città (35%) sono particolarmente rappresentati in questo gruppo. Ma se rinunciare ai voli aerei è la scelta che pesa meno per il 38% degli italiani quella che costa di più al 46% è rinunciare all’uso del proprio mezzo. Sono alcuni risultati della seconda pubblicazione per il biennio 2020-2021 diffusa dalla Banca europea per gli investimenti (Bei).

    Viaggiare, l’impatto della pandemia

    Il 33% degli italiani afferma anche che una volta superate le restrizioni di viaggio non prenderà l’aereo per considerazioni legate ai cambiamenti climatici, e il 43% intende trascorrere le vacanze in Italia o in un Paese limitrofo per ridurre al minimo le emissioni di carbonio. Solo per il 12% le abitudini di viaggio in aereo resteranno invariate rispetto a quelle pre-Covid, riporta Adnkronos. Alla domanda sull’uso dei trasporti pubblici al tempo del Covid, il 77% afferma di essere meno disposto a farne uso poiché teme per le conseguenze sulla propria salute. Per il 66% poi la paura di un contagio preoccupa più dell’impatto dei cambiamenti climatici sul lungo termine.

    Le differenze tra europei, americani e cinesi

    Indipendentemente dal Paese di residenza, gli intervistati affermano che la scelta meno pesante per contrastare i cambiamenti climatici sarebbe rinunciare agli spostamenti in aereo (40% europei, 38% americani, 43% cinesi). Anche le risposte in merito alle preoccupazioni sulla salute hanno un andamento trasversale: il 75% degli americani, il 71% dei cinesi e il 67% degli europei sono meno inclini a utilizzare i trasporti pubblici. Sebbene per la maggior parte degli intervistati prevalga il timore di contrarre il coronavirus rispetto all’impatto del proprio stile di vita sui cambiamenti climatici (79% cinesi, 67% americani, 58% europei), i cittadini credono ancora che le scelte e le azioni dei singoli possano contribuire alla lotta contro i cambiamenti climatici. È il parere espresso dall’82 % degli italiani. Una percentuale dieci punti superiore alla media europea e a quella americana (entrambe al 72%), e di due punti inferiore alla media cinese (84%).

    Per i giovani il proprio comportamento può fare la differenza

    In generale, ma soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, i giovani sono notevolmente più propensi a credere che il proprio comportamento possa fare la differenza rispetto agli intervistati più anziani. Un divario che non è invece rilevato in Cina. L’indagine mostra che nella Ue il 77% dei cittadini compresi nella fascia di età 15-29 anni ritiene che il proprio comportamento possa fare la differenza, rispetto al 64% di quelli di età pari, o superiore, a 65 anni Negli Stati Uniti, le percentuali sono rispettivamente del 75% per la fascia di età 15-29 anni, e del 56% per la fascia 65 anni o più.

  • Più del 95% dei giovani pensa al benessere della Terra

    Più del 95% dei giovani pensa al benessere della Terra

    I rappresentanti della Generazione Z hanno ben presente quanto sia urgente mettere la Terra al sicuro il prima possibile. Su 3.500 giovani tra i 10 e i 25 anni il 96% è spaventato per la salute del Pianeta, ma la maggior parte di loro (54%) non vede una soluzione nell’immediato, e il 36% benché preoccupato resta fiducioso. Solo il 6% pensa che la situazione sia ancora sotto controllo. È quanto emerge da un sondaggio effettuato da Skuola.net in collaborazione con Sorgenia, che evidenzia come difendere l’ambiente sia ritenuto dai giovani un compito complesso, di cui però i ragazzi sembrano volersi fare carico. Tanto che oltre 9 su 10 di loro dà la sufficienza al proprio spirito ecologista.

    Mezzi pubblici, fonti rinnovabili e km 0

    Tra i giovani sono molto diffusi i comportamenti virtuosi, dalla raccolta differenziata a un limitato uso delle plastiche, la gestione attenta di acqua ed elettricità, e l’acquisto di prodotti a scarso impatto ambientale, adottati quotidianamente da 1 ragazzo su 4. Un approccio costruttivo che li porta a vedere di buon occhio le soluzioni alternative per inquinare il meno possibile e risparmiare risorse preziose, come usare trasporti pubblici e veicoli elettrici, o energie rinnovabili. Per quasi 7 ragazzi su 10 tutto infatti dovrebbe essere alimentato da fonti rinnovabili, mentre per il 13% sono utili, ma quelle tradizionali restano più efficienti. Anche le buone pratiche alimentari sembrano trovare terreno fertile nella GenZ, con il 50% che riconosce nel rivolgersi a contadini e produttori diretti il modo più ecologico per fare la spesa.

    Le città del futuro e le nuove tecnologie come fonti di informazione

    Proiettandosi tra dieci anni, 2 giovani su 3 immaginano le città di domani più o meno uguali a quelle di oggi, se non addirittura più inquinate. Solo gli under14 appaiono fiduciosi: per 6 su 10 tra un decennio potremmo già vedere pannelli solari ovunque e fabbricati ricoperti dal verde. Ma come hanno sviluppato questa sensibilità i più giovani? Circa 8 su 10 si informano soprattutto tramite le nuove tecnologie, il 48% preferendo motori di ricerca web e social network, il 30% puntando su documentari e serie tv in streaming. Qualche tradizionalista (14%) ha approfondito su riviste e giornali specializzati, mentre meno di 1 su 10 si è affidato a insegnanti e familiari.

    Greta e Leonardo Di Caprio, i modelli di riferimento

    E poi, ovviamente, ci sono i modelli da seguire. Quasi scontato che in cima alla lista ci sia Greta (la mette al primo posto il 42%), più sorprendente, invece, Leonardo Di Caprio (16%); che si piazza immediatamente alle sue spalle. Anche la scuola, però, ora è pronta a fare la sua parte. Infatti l’educazione alla sostenibilità è uno dei tre capisaldi dell’educazione civica, da quest’anno obbligatoria in tutti gli istituti di ogni ordine e grado. Una novità assoluta anche per i docenti, che su questo tema dovranno mettersi al passo con i loro alunni.

  • La pandemia spinge il consumo di video streaming, +16% in un anno

    La pandemia spinge il consumo di video streaming, +16% in un anno

    ll mercato del video in streaming nell’ultimo anno è aumentato del 16% a livello globale. Sostenuto dalla pandemia e dalla maggiore permanenza a casa, il consumo di video streaming ha raggiunto una media globale di sette ore e 55 minuti alla settimana, quasi otto ore, e la media italiana è di oltre 7 ore.

    Quasi la metà delle persone in tutto il mondo (47%, e il 46% in Italia) negli ultimi sei mesi si è infatti abbonata a un nuovo servizio di streaming video, soprattutto perché passava più tempo a casa a causa del Covid-19. Lo confermano i dati dello State of Online Video 2020, la ricerca commissionata da Limelight Networks per comprendere le percezioni e i comportamenti dei consumatori riguardo i video online.

    YouTube e Facebook i più gettonati

    Il secondo fattore che ha determinato la sottoscrizione di nuovi abbonamenti è stato la disponibilità di nuovi contenuti che le persone desideravano vedere: il 25% a livello globale e il 23% in Italia. YouTube, con il 65% delle preferenze a livello globale, domina come la piattaforma preferita per la visione di contenuti generati da altri utenti, mentre in Italia la preferenza per la piattaforma è del 41%. Al secondo posto si piazza Facebook (16% a livello globale e 31% in Italia). Ma ad aumentare è anche il consumo di contenuti generati da altri utenti, raddoppiato nell’ultimo anno, raggiungendo una media di quattro ore alla settimana a livello globale e di 3,5 ore in Italia.

    I consumatori sono attenti al prezzo

    A livello globale, quasi la metà degli utenti, il 47%, (51% in Italia) cancellerebbe però l’abbonamento al servizio di streaming a causa dei prezzi elevati. Più di un terzo (37%) degli utenti a livello globale ammette poi di condividere l’account o di utilizzare l’account di qualcun altro. L’Indonesia è il Paese con il più alto numero di persone (58%) che ammette di condividere le credenziali altrui, mentre in Italia è il 37%.

    I ritardi nella trasmissione sono un elemento critico

    La maggior parte delle persone a livello globale, il 64% e il 77% in Italia, afferma poi che sarebbe più incline a vedere un evento live in streaming se non ci fossero ritardi nella trasmissione in diretta, riporta Ansa. La ricerca State of Online Video 2020 si basa sulle risposte di 5.000 consumatori provenienti da dieci Paesi (Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Singapore, Corea del Sud, Regno Unito e Stati Uniti), di età pari o superiore ai 18 anni, che guardano un’ora o più di contenuti video online ogni settimana.

  • Cresce il digital banking, i numeri lo dimostrano

    Cresce il digital banking, i numeri lo dimostrano

    L’utilizzo del digital baking si consolida sempre più, e se i clienti attivi su mobile sono cresciuti del 37% nel 2019 nel primo trimestre del 2020 hanno compiuto un ulteriore balzo del 16%. In crescita del 56% anche il volume totale di operazioni dispositive su mobile banking, tra cui bonifici e giroconti, che hanno registrato un incremento del 75%. A trainare l’aumento sono gli utenti che accedono al mobile banking da smartphone con app dedicata. I dati emergono da un’indagine contenuta nel nono Rapporto annuale realizzato da Abi Lab, che ha coinvolto un campione di 25 banche operanti in Italia rappresentativo dell’83% del mondo bancario nazionale in termini di dipendenti.

    Il cliente medio accede circa 10 volte al mese da mobile e 5 da pc

    Lo studio evidenzia come tutti gli istituti offrano servizi tramite Internet Banking e applicazioni (app) per smartphone. Il 64% offre app anche sui tablet, e il 36% sui dispositivi indossabili (wearable). Secondo il Rapporto però in termini di volumi le operazioni dispositive da personal computer rimangono superiori del 25% rispetto al mobile, anche se in oltre 1 caso su 3 per le banche che hanno risposto al sondaggio il numero di utenti che accede al mobile con smartphone e tablet supera gli attivi via Internet. In particolare, riporta Agi, il cliente medio accede circa 10 volte al mese da mobile e 5 da pc.

    Un’offerta in continua evoluzione

    L’offerta bancaria fruibile sui canali digitali è in continua evoluzione. Nuovi servizi si affiancano a quelli esistenti, e nuove modalità di erogazione rispondono alle esigenze di un cliente sempre più tecnologico. Mediamente ogni banca offre quasi 3 app (il 50% ha mantenuto invariato il numero, il 19% lo ha aumentato e il 31% lo ha diminuito). Relativamente ai sistemi operativi, il 98% delle app censite è fruibile sia da IoS sia da Android. Per quanto riguarda i servizi offerti, oltre che con app “classiche” di mobile banking, le diverse funzionalità possono essere offerte anche con app ad hoc. Alcuni esempi sono i servizi di compravendita di strumenti finanziari (trading), offerti con applicazioni dedicate dal 24% delle banche, i servizi di pagamento diretti tra persone (P2P), offerti dal 20%, e il Mobile POS, offerto dal 16% delle banche.

    Le funzionalità legate a mutui e prestiti sono proposte da circa il 40% delle banche

    L’area del comparto del credito si conferma l’ambito in cui l’offerta via Internet Banking è più sviluppata rispetto a quella tramite app: le funzionalità collegate a mutui e prestiti sono proposte da circa il 40% del campione. Inoltre, si evidenzia l’attenzione crescente verso i servizi online che forniscono informazioni aggregate relativamente ai saldi e movimenti di uno o più conti di pagamento online detenuti dal cliente (Account Aggregation, Aisp), e un’estensione dell’offerta relativamente agli strumenti di gestione finanziaria personale (Personal Financial Management).

    Soprattutto gli strumenti  che consentono di integrare le informazioni derivanti da più conti di pagamento del cliente, e i servizi di assistenza tramite chat.

  • Leadership, benessere per i lavoratori e professionisti dell’online: le mosse vincenti delle aziende per ripartire

    Leadership, benessere per i lavoratori e professionisti dell’online: le mosse vincenti delle aziende per ripartire

    I responsabile delle risorse umane, i ceo e i manager aziendali, a causa del lungo lockdown e di tutto ciò che accaduto negli ultimi mesi, non possono non fare i conti con approfondite riflessioni sulle gestione del personale. E ora, con il ritorno alla normalità, il benessere lavorativo dei dipendenti è quanto mai un fattore chiave per superare le ultime paure e rientrare in azienda con fiducia. Creare un ambiente di lavoro nel quale vi è un costante dialogo e interessamento da parte dei vertici, ridurre al minimo lo stress lavorativo, che è una tra le prime cause di produttività negativa, sono solo alcuni degli obiettivi che si prefiggono le imprese. Sono temi che si intersecano con la ‘e-leadership’, la capacità di gestire efficacemente i team da remoto. Proprio queste tematiche sono state esplorate da Lang&Partners, Younique Human Solutions, società di consulenza Hr italiana specializzata in scouting e coaching, che ha messo in luce quali siano gli aspetti che i manager vogliono approfondire maggiormente.

    Happiness at work

    Sulla base dei dati raccolti, il 25% dei manager e Ceo richiede coaching relativi a ‘Happiness at work e benessere psicologico dei dipendenti’ per avvicinarsi a loro, comprenderli meglio, leggerne i bisogni in modo da implementare la capacità di influenzare positivamente ed essere rispettati e riconosciuti come leader di valore. “Un leader che oggi deve avere competenze sempre più trasversali e sia in grado di sviluppare la così detta ‘e-leadership’, ossia la capacità di utilizzare al meglio le tecnologie digitali, di introdurre innovazioni digitali nella propria azienda e di essere in grado di garantire ai dipendenti le giuste strumentazioni e la formazione necessaria per essere al passo con l’evoluzione digitale che si sta attraversando, soprattutto in questi mesi, nei quali si assiste all’affermazione di modalità di lavoro a distanza, come lo smart working” si legge nella ricerca.

    Diversity&Inclusion e leadership femminile

    Inoltre, il 30% delle aziende chiede supporto nello sviluppo di progetti di Diversity&Inclusion e questo fa comprendere quanto attuale e sentito sia questo tema e quanto le aziende stiano iniziando a prenderne consapevolezza. Allo stesso modo, molto “caldo” è anche il tema della leadership femminile: le donne sono ancora considerate meno adatte a ricoprire un ruolo di comando e l’Italia – per quel che riguarda la presenza femminile ai vertici – si posiziona molto in basso rispetto alla media europea: solo due dirigenti su dieci sono donne. Però questo trend sta, seppur lentamente, cambiando e crescono l’interesse e la sensibilità verso la leadership inclusiva e i mutamenti profondi in merito ai cambiamenti sociali.

    Le figure più professionali più ricercate

    Insieme ai bisogni espressi da manager e Ceo, la ricerca evidenzia anche quali sono le figure professionali maggiormente richieste: si tratta di ruoli legati al comparto del digitale, fondamentali per la ripresa post lockdown. Dallo specialista di Seo e Sem all’Ecommerce Business Analyst, responsabile dell’analisi dei dati di vendita online, fino all’Ecommerce Manager/Director, che corrisponde al direttore commerciale e coordina le funzioni aziendali che strutturano l’e-commerce, sono queste le mansioni che le aziende di oggi ricercano di più.

  • Fiducia dei consumatori e delle imprese, a maggio è in flessione

    Fiducia dei consumatori e delle imprese, a maggio è in flessione

    C’era da aspettarselo: nel mese di maggio, dopo circa due mesi di lockdown, si registra una netta flessione nell’indice di fiducia delle imprese e dei consumatori. I dati sono stati raccolti dall’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, che ha infatti ripreso – dopo la sospensione di aprile dovuta all’emergenza sanitaria – le tradizionali indagini relative alla fiducia di consumatori e imprese. Le stime effettuate con i dati raccolti a maggio 2020 indicano livelli storicamente bassi dell’indice del clima di fiducia dei consumatori (94,3) e dell’indice composito del clima di fiducia delle imprese (51,1). Si tratta di numeri in decisa flessione rispetto a quelli del marzo scorso per tutte le componenti: la diminuzione è decisamente più sensibile per quanto concerne il clima economico e corrente; il clima personale e quello futuro, per fortuna, rivelano cali nettamente più contenuti. Venendo ai dati, il clima economico passa da 94,4 a 71,9, il clima personale cala da 102,4 a 100,9, il clima corrente scivola da 104,8 a 95,0 e il clima futuro segna solo un lieve peggioramento, passando da 93,3 a 93,1.

    Il sentiment delle imprese nei diversi settori

    In merito al settore delle imprese, l’Istat riporta che “le stime degli indici evidenziano una caduta della fiducia, rispetto a marzo 2020, nel settore dei servizi di mercato (l’indice passa da 75,7 a 38,8), del commercio al dettaglio (da 95,6 a 67,8) e delle costruzioni (da 139,0 a 108,4). Nella manifattura, l’indice di fiducia registra una flessione relativamente più contenuta, passando da 87,2 a 71,2, mantenendosi comunque su livelli storicamente bassi”. Per quanto attiene alle componenti dell’indice di fiducia, nell’industria manifatturiera peggiorano, rispetto a marzo 2020, i giudizi sugli ordini mentre le scorte di prodotti finiti sono giudicate in accumulo; le attese di produzione subiscono un’ulteriore diminuzione. Per le costruzioni, la flessione dell’indice è causata da un forte peggioramento dei giudizi sugli ordini; relativamente più contenuto il calo delle aspettative sull’occupazione presso l’impresa.

    Servizi di mercato e commercio al dettaglio i comparti “pessimisti”

    Nei servizi di mercato, il calo dell’indice rispetto a marzo 2020 è determinato da giudizi, sia sugli ordini sia sull’andamento generale dell’azienda, in forte peggioramento; l’indagine rileva però un miglioramento delle aspettative sugli ordini, che tuttavia rimangono su livelli bassi. Con riferimento al commercio al dettaglio, risultano in caduta libera i giudizi sulle vendite, mentre le scorte di magazzino sono giudicate in forte accumulo. Si registra un calo contenuto delle aspettative sulle vendite, dopo la caduta subita lo scorso marzo.  

  • Arriva il 730 precompilato, invio dal 14 maggio al 30 settembre

    Arriva il 730 precompilato, invio dal 14 maggio al 30 settembre

    L’Agenzia delle Entrate ha reso disponibile online la dichiarazione dei redditi precompilata. Dal partire dal 14 maggio fino al 30 settembre si potrà accettare, modificare e inviare il 730 oppure modificare il modello Redditi, che potrà essere trasmesso dal 19 maggio al 30 novembre. Nella dichiarazione precompilata 2020 si moltiplicano le informazioni sugli oneri e sulle spese deducibili e detraibili. Oltre alle informazioni già presenti nelle dichiarazioni degli anni precedenti, quest’anno fanno ingresso le spese per le prestazioni sanitarie dei dietisti, fisioterapisti, logopedisti, igienisti dentali, tecnici ortopedici e tante altre categorie di professionisti sanitari.

    Le novità della dichiarazione 2020

    Nel modello precompilato quest’anno entrano, inoltre, anche le spese sanitarie per le prestazioni erogate dalle strutture sanitarie militari. Oltre ai contributi previdenziali versati all’Inps con lo strumento del Libretto famiglia.

    Un’altra novità della precompilata 2020 è la possibilità per l’erede di utilizzare il 730, oltre che il modello Redditi, per la presentazione della dichiarazione dei redditi per conto del contribuente deceduto. Per l’utilizzo del modello 730 è necessario che la persona deceduta abbia percepito nel 2019 redditi dichiarabili con tale modello (da lavoro dipendente, pensione e alcuni redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente).

    Come visualizzare il modello e accedere ai servizi

    Per visualizzare il proprio modello 730 o il modello Redditi, occorre entrare nell’area riservata del sito delle Entrate (www.agenziaentrate.gov.it) e inserire il nome utente, la password e il pin dei servizi online dell’Agenzia. È possibile accedere alla propria dichiarazione anche utilizzando la Carta Nazionale dei Servizi, le credenziali rilasciate dall’Inps, oppure tramite Spid, il Sistema Pubblico di Identità Digitale, che consente di utilizzare le stesse credenziali per tutti i servizi online delle PA e delle imprese aderenti, riporta Askanews.

    I dati relativi alle spese sanitarie passano a 790 milioni

    Anche quest’anno, rende noto l’Agenzia, cresce il numero dei dati a disposizione dei contribuenti, che supera quota 991 milioni. L’incremento più marcato si registra nei dati relativi alle spese sanitarie sostenute dai cittadini, che quest’anno fanno un balzo da 754 a 790 milioni, 36 milioni in più rispetto al 2019. Al secondo posto i numeri relativi ai premi assicurativi, che superano quota 94 milioni (+2 milioni rispetto al 2019). In aumento di oltre un milione anche le Certificazioni Uniche, a quota 62,5 milioni, e crescono fino a sfiorare quota 5 milioni i numeri relativi ai rimborsi delle spese sanitarie. Non presentano particolari variazioni i dati sugli interessi passivi (oltre 8,2 milioni), i 4,6 milioni di informazioni sui contributi previdenziali e gli oltre 4,2 milioni di informazioni sulla previdenza complementare. Stabili anche i dati sulle spese universitarie (3,5 milioni).